Scrima italiana


La scherma di coltello affonda le sue origini nella tradizione popolare italiana, al punto che ogni regione, può vantare uno o più sistemi di combattimento propri.

Fin dal 1200 abbiamo documentazioni che attestano che i duelli hanno fatto parte di un costume tradizionale tenuto sempre un po’ nascosto.

I maestri d’arme andavano nelle corti di tutta Europa ad insegnare a nobili e cavalieri l’utilizzo della spada, che ai tempi non era solo uno strumento per andare in battaglia, ma era spesso un ornamento che serviva per risolvere diatribe e difendere l’onore. Oppure militari in congedo che insegnavano tecniche di combattimento. Il popolo non poteva accedere alla nobiltà o alla borghesia, la quale poteva avvalersi di queste figure per imparare l’arte dell’armeggio. L’etichetta del tempo non prevedeva interazioni, collaborazioni o amicizie fra classi sociali così differenti ed è così che chi apparteneva al popolo doveva copiare tecniche e movimenti per poter imparare, creando su questi veri e propri metodi di combattimento.

Le spade avevano però un costo elevato per il popolo e così (intorno al 1600) il coltello, non fu più soltanto un compagno fedele sul lavoro, ma era alla portata di tutti, “un fedele compagno da tener in saccoccia”, recitava una poesia romanesca, ed è così che fra le vie dei quartieri il coltello diventò lo strumento per risolvere questioni fra uomini d’onore.

Da nord a sud del paese e sulle isole, la tradizione riporta alla luce diversi stili e sistemi di scherma di coltello, metodi sviluppati all’interno di consorterie malavitose e civili, una tradizione trasmessa per lo più per via orale e tramandata all’interno della famiglia.

Nell’ambito cittadino l’arma più usuale era il coltello, protagonista di duelli o più frequentemente come regolatore di conti. Come tutte le tradizioni, anch’essa va di pari passo con la storia del paese che la ospita e le leggi, in Italia, sono sempre state severe sul porto del coltello, facendo si che si ghettizzasse fino quasi a scomparire totalmente, come le così dette tirate o l’allenamento stesso, facendo così che movenze e tecniche venissero tramandate ed insegnate nelle danze popolari come la pizzica o la tarantella. Nell’Italia centrale, meridionale ed insulare esistevano scuole clandestine dove si insegnavano tecniche di coltello che appartenevano alle popolazioni genovesi, corse, romagnole, laziali, pugliesi, siciliane, piemontesi, calabre e campane o le tecniche adottate dalla forte malavita come ad esempio quella torinese e milanese. Questi vanno dalle “pazziate” napoletane alle tirate dei camorristi, necessarie per entrare nella famiglia, dalle liti romane con coltello e sassi, al falcetto piemontese o i diversi stili siciliani, fino al triangolo per regolare i conti di fronte a testimoni o fra le mura di un carcere e persino ai duelli con una giacca avvolta intorno al braccio come difesa e coltello nell’altra mano.

Per rendere l’idea della varietà di sistemi e della bravura di chi li utilizzava, i vicini svizzeri soprannominarono i tiratori italiani con l’appellativo di “chevaliers de couteau” (cavalieri del coltello).

Solo grazie a maestri depositari quest’arte è riuscita a sopravvivere fino ai nostri giorni e da qualche tempo si sta fortunatamente riscoprendo, grazie a studiosi, ricercatori e praticanti che ne riconoscono non solo il patrimonio storico culturale, ma anche la bellezza e l’efficacia della stessa, ridandogli luce per farla conoscere a tutto il mondo, così come avveniva nell’Italia di tanti anni fa.

 

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